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Il 7 febbraio e la lotta contro bullismo e cyberbullismo: cosa possiamo fare davvero

Ogni anno, il 7 febbraio, ci fermiamo a riflettere su un fenomeno che continua a ferire profondamente i nostri ragazzi. La Giornata Nazionale contro il Bullismo e il Cyberbullismo non è solo una ricorrenza da calendario, ma un momento per guardare in faccia una realtà che troppo spesso preferiamo ignorare finché non tocca qualcuno vicino a noi.

I numeri parlano chiaro e fanno male. Secondo gli ultimi dati disponibili del Ministero dell’Istruzione e del Merito, oltre il 21% degli studenti italiani dichiara di aver subito episodi di bullismo ricorrente. Ma è il cyberbullismo a preoccupare di più: gli attacchi si sono spostati online, dove le offese non si fermano mai, dove gli insulti restano impressi in screenshot che circolano all’infinito, dove l’umiliazione diventa virale in pochi minuti.

La differenza tra il bullismo di ieri e quello di oggi è proprio questa: una volta, quando la vittima tornava a casa, aveva almeno un rifugio. Oggi no. I messaggi continuano ad arrivare su WhatsApp, Instagram, TikTok. Le foto imbarazzanti vengono condivise nei gruppi classe. I video compromettenti finiscono su Telegram. Non c’è più scampo, non c’è più pausa.

E mentre noi adulti discutiamo di educazione digitale e di sanzioni, i ragazzi vivono questo inferno in silenzio. Perché vergognarsi è più forte della paura. Perché chiedere aiuto sembra una debolezza. Perché spesso, quando finalmente trovano il coraggio di parlare, la risposta che ricevono è: “Ma dai, sono solo scherzi”, “Ai miei tempi era peggio”, “Non puoi essere così fragile”.

No, non sono solo scherzi. Quando un ragazzo smette di mangiare, quando finge di essere malato per non andare a scuola, quando passa ore a piangere nella sua stanza, quando i voti crollano improvvisamente, quando si isola dagli amici, quando perde interesse per tutto ciò che prima lo appassionava – quello non è uno scherzo. È sofferenza vera, è un’emergenza che non possiamo più permetterci di sottovalutare.

Il cyberbullismo ha caratteristiche che lo rendono ancora più insidioso del bullismo tradizionale. L’anonimato, o la percezione di anonimato, abbassa ogni freno inibitorio. Dietro uno schermo, persone che nella vita reale non oserebbero mai insultare qualcuno si trasformano in leoni da tastiera. E poi c’è l’effetto audience: più follower hai, più like riceve il tuo post offensivo, più ti senti potente. È una spirale perversa dove l’umiliazione dell’altro diventa intrattenimento.

Ma non possiamo solo puntare il dito contro i bulli. Dobbiamo chiederci: cosa possiamo fare noi? Noi genitori, noi insegnanti, noi adulti che dovremmo essere il loro punto di riferimento?

Prima di tutto, imparare a riconoscere i segnali. Un figlio che non vuole più usare il cellulare, che chiude bruscamente lo schermo quando entriamo nella stanza, che cancella i profili social senza motivo apparente, che diventa ansioso ogni volta che riceve una notifica – sta cercando di dirci qualcosa senza parole. Dobbiamo ascoltare quel silenzio.

Poi c’è il dialogo. Quella parola che ripetiamo come un mantra ma che pratichiamo poco. Non basta chiedere “Come è andata a scuola?” e accontentarsi di un “Bene”. Serve tempo, serve pazienza, serve creare spazi dove i ragazzi si sentano davvero liberi di aprirsi senza timore di essere giudicati o minimizzati.

E serve anche educare alla vita digitale. Non possiamo dare in mano a un dodicenne uno smartphone con accesso illimitato a internet e poi stupirci se non sa gestire le dinamiche online. L’educazione digitale non è un optional, è una necessità. I nostri figli devono capire che le loro azioni online hanno conseguenze reali, che le parole feriscono anche se scritte, che condividere contenuti umilianti di qualcuno non è divertente ma è violenza.

La scuola ha un ruolo fondamentale, ma non può fare tutto da sola. Gli insegnanti già combattono ogni giorno con classi numerose, programmi ministeriali, burocrazia. Servono risorse vere, non solo belle parole nelle circolari. Servono psicologi nelle scuole, servono percorsi di educazione emotiva che insegnino ai ragazzi a gestire rabbia, frustrazione, insicurezza senza scaricarle sugli altri.

E serve anche coraggio nel sanzionare. Quando un episodio di bullismo o cyberbullismo viene alla luce, non può essere liquidato con una lavata di capo. Le famiglie dei bulli devono essere coinvolte attivamente, devono assumersi la responsabilità di quello che i loro figli fanno. E quando serve, devono intervenire anche le autorità. La legge 71 del 2017 sul cyberbullismo esiste proprio per questo.

Ma oltre alla repressione, serve prevenzione. Serve lavorare sull’empatia, su quella capacità di mettersi nei panni dell’altro che sembra essersi persa lungo la strada. Serve far capire ai ragazzi che la diversità non è una minaccia ma una ricchezza, che chi è fragile non è debole ma coraggioso, che chi chiede aiuto non è un perdente ma è più forte di chi finge che vada tutto bene.

E serve ricordarci che anche i bulli sono ragazzi. Spesso nascondono dietro la prepotenza le loro insicurezze, le loro paure, i loro disagi. Non possiamo abbandonarli alla loro rabbia. Hanno bisogno di essere fermati, sì, ma anche aiutati a capire, a cambiare, a costruire relazioni sane.

Oggi, 7 febbraio, possiamo fare molto più che condividere un post con l’hashtag di giornata. Possiamo spegnere per un attimo i nostri telefoni e guardare negli occhi i nostri figli. Possiamo chiedere loro come stanno davvero. Possiamo promettergli che qualsiasi cosa accada, noi ci saremo. Sempre.

Perché il bullismo e il cyberbullismo si sconfiggono così: un ragazzo alla volta, una famiglia alla volta, una scuola alla volta. Con l’ascolto, con la presenza, con l’educazione, con l’esempio. Non ci sono scorciatoie, non ci sono soluzioni miracolose. C’è solo il lavoro quotidiano di chi sceglie di non voltarsi dall’altra parte.

E se sei un ragazzo o una ragazza che sta soffrendo in questo momento, ricordati: non sei solo. Non è colpa tua. E ne uscirai, te lo prometto. Chiedi aiuto. Parla con un adulto di cui ti fidi. Chiama il numero verde 114 Emergenza Infanzia, attivo 24 ore su 24. Scrivi alla Polizia Postale su www.commissariatodips.it. Non arrenderti. La tua vita vale infinitamente di più di quello che ti stanno facendo credere.

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